Le coltivazioni di cereali a Malegno, Losine, Cerveno e Ono San Pietro erano principalmente quattro: granoturco, frumento, segale e orzo, mentre si attesta la presenza sporadica di grano saraceno.
A mezza costa si trovavano le cosiddette ic’, le viti, terre recuperate grazie ai terrazzamenti che hanno permesso di ottenere dei poderi assolati e protetti dalle correnti, dove ci sono maggiormente vigneti.
I terreni pianeggianti, invece, erano dedicati alle coltivazioni di frumento e orzo mentre quelli più ricchi di humus erano per il granoturco, che aveva costantemente bisogno di acqua. I contadini sapevano che, cambiando ogni anno la coltivazione in un terreno, avrebbero ottenuto un raccolto maggiore, quindi cercavano di ruotare prestando attenzione alle caratteristiche delle diverse colture.
La produzione di cereali serviva soprattutto per la produzione di farine ed è in parte diminuita negli anni ‘60 quando i contadini iniziavano ad abbandonare il lavoro nei campi per fare gli operai. Questi lavori erano molto faticosi e, con il salario ottenuto, potevano acquistare direttamente la farina.

IL GRANOTURCO
I malegnesi lo coltivavano in località Isola, alla Prada e in Boleno sul comune di Cividate. Veniva seminato nei terreni più umidi e lontani dai tralci della vite per non fare loro ombra. Il terreno, all’inizio della primavera, veniva concimato e poi con l’aratro, trainato da un mulo o da un cavallo, si rivoltavano le zolle per prepararlo alla semina alla fine di aprile. I semi erano inseriti a mano a una distanza tra le file di 70-80 cm mentre tra una pianta e l’altra si lasciavano 40-50 cm. Fino agli anni ‘50, per seguire una linea retta durante la semina, si utilizzavano un filo e un pezzetto di legno lungo quanto la distanza tra i due semi, poi un rastrello di due metri di larghezza che era dotato di tre punte e creava i solchi a intervalli regolari. Negli anni ‘70 la seminatrice ha sostituito il lavoro manuale.
Quando la pianta era alta 10 cm si zappava per non fare crescere le erbacce e in seguito si colmavano le file con l’aratro.
Questo accadeva fino alla fine degli anni ‘60, quando al posto di zappare si è iniziato a irrorare la terra con il diserbante, se ne scioglieva in acqua un chilogrammo ogni 3000 m2 di terreno già umido.
A fine ottobre si raccoglievano le pannocchie sulla bèna, un contenitore con fondo di legno e pareti intrecciate, che veniva caricato su un carretto e portato nell’aia.
La sera tutta la famiglia e i vicini di casa si riunivano in stalla per hcarfóià, scartocciare le pannocchie; era sempre una serata in allegria dove il rumore degli hcarfói, le brattee, si mischiava al vociare dei bambini e alle bòte, le storie raccontate dai nonni.
Il giorno dopo si prendevano dieci pannocchie legate con le stròpe, i rami di salice, per formare una bataröla che veniva trasportata attraverso la harèla, la carrucola, in solaio dove veniva appesa ai chiodi dei legni del tetto.
A fine gennaio, quando il mais era secco, si sgranava e posizionava in un sacco pronto per la molitura, durante la quale si otteneva la farina gialla per fare la polenta, mentre la crusca veniva fatta cuocere con i patatì e si dava alle galline. I fusti del granoturco, invece, venivano tagliati alla base e radunati in verticale in una porzione di campo libera poi, d’inverno, si usavano per ricoprire le verdure rimaste nell’orto oppure si sminuzzavano con la podèta, la roncola, per fare la lettiera delle mucche.

IL QUARANTÌ
Dopo aver raccolto il frumento, a fine giugno, si arava e si seminava sullo stesso terreno una qualità di granoturco chiamata quarantì, che in circa quattro mesi era già maturo e produceva una farina molto più buona rispetto a quella del mais tradizionale.
La signora Martina Marietti racconta una filastrocca sul quarantì: “Lónga lóngàgna hèt méh te sté en campagna e mé che hó iscé picinì con tre méh nó a gnì” (Lónga lóngàgna, per sette mesi stai in campagna e io che sono così piccolo in tre mesi maturo).

IL FRUMENTO
I campi del formét si trovavano in Campello, località Isola e nella Prada di Cividate per i malegnesi, mentre a Ono S. Pietro si coltivava in Purù e in Barca.
La semina avveniva a mano all’inizio di novembre, dopo il taglio dei fusti del granoturco, attaccando al collo una borsa di tela contenente i semi che venivano gettati sul terreno senza seguire delle file. Le piantine del cereale spuntavano e, con il primo gelo, si concimava la terra, ghiacciata solo in superficie mentre le radici erano protette e si preparavano alla crescita del grano. Da qui nasce il detto dei nonni “sotto la neve pane”.
Il frumento veniva tagliato a fine giugno con il higèh, un falcetto, e si facevano i covoni con alcune spighe che servivano da legaccio. Quindi si portavano a casa con il carro e si mettevano a seccare in solaio. Fino agli anni ‘20-’30, a Ono S. Pietro, veniva battuto nell’éra (aia) del Pustì in piazza Roma, successivamente con la trebbiatrice a motore che veniva prestata, dietro prenotazione, da famiglia a famiglia. Si separava il grano dalla paglia (confezionata in balle) e veniva poi messo nei sacchi.
A Malegno i contadini di via Lanico e Sant’Antonio si recavano sul sagrato della chiesa di Cividate Camuno per sgranare il formèt, mentre una trebbiatrice arrivava ogni anno nel piazzale dell’oratorio per gli abitanti della parte alta del paese. In due o tre ore si pulivano circa dieci quintali di frumento con la macchina e nel frattempo qualcuno doveva restare a controllare che non ci fossero furti di cereale.
“[…] All’arrivo della trebbiatrice a Malegno cominciavano i giorni di festa… tutti i bambini correvano a vederla! Era una macchina enorme per l’epoca e tutti erano affascinati dagli ingranaggi e dal trambusto che creava in paese. C’era la fila dei carri del frumento che salivano da Campello e si fermavano davanti alla macchina”.
Marietti Martina racconta che, durante la seconda guerra mondiale, veniva controllata la produzione di grano:
“[…] Quando arrivava la trebbiatrice c’era un esattore che controllava il peso effettivo del grano che ogni famiglia produceva, annotava il numero dei componenti e, se la produzione del cereale avesse superato quella che era stata dettata dalla legge, bisognava lasciare all’esattore la quantità in eccesso”.
Il grano veniva poi riportato a casa e disteso sul solaio affinché seccasse; ogni tanto si saliva per rivoltarlo con una pala. A settembre si portavano sacchi al mulino e, a Ono S. Pietro, si utilizzava il carretto trainato dal cavallo di Macènte o veniva direttamente il mugnaio da Cemmo per ritirare i cereali e successivamente consegnare le farine.

La coltivazione del frumento, negli anni ‘60, ha subìto una battuta d’arresto perché gli uccelli distruggevano il raccolto e nel campo rimanevano solo gli steli.

LA SEGALE
Nei paesi a mezza costa veniva usata esclusivamente come alimento per gli animali. Si seminava nelle zone assolate: a Ono S. Pietro, in località Pil e nella parte alta del comune; a Malegno in zona Campello.
Si falciava quando cominciava a fare la spiga e si dava ai muli e ai cavalli da tiro come ricostituente a causa degli sforzi che avevano dovuto fare trainando tronchi sulla neve d’inverno, carretti e aratri.
Nelle aree al di sopra dei 1000 metri invece, la farina ottenuta veniva utilizzata per fare il pane, perché il frumento oltre quelle altitudini non cresceva e, perciò, la segale era l’unico cereale a disposizione.

IL GRANO SARACENO (furmentù)
Il grano saraceno veniva coltivato intorno ai 600-700 metri, ad esempio sulle ic’ di Ossimo Inferiore, ad Astrio e a Cimbergo. Due testimonianze ne riferiscono la presenza sporadica a Cerveno.

L’ORZO
All’orzo veniva riservato lo stesso trattamento del frumento, sono infatti molto simili come stelo, spiga e colore. I grani di orzo venivano anche utilizzati per fare il caffè. Il cereale veniva portato a macinare a Ceto perché lì c’era il pestello per scamiciarlo. Solo a Ono San Pietro troviamo alcune testimonianze di farina d’orzo mischiata con quella di frumento per fare il pane.