Il Santuario della Via Crucis (le Capèle in dialetto camuno) è un edifico posto di fianco alla parrocchiale di Cerveno, in Valle Camonica, contenente una mirabile Via Crucis lignea del XVIII secolo ed altre importanti opere artistiche tra le quali spiccano gli altari del bergamasco Andrea Fantoni.

Il santuario si inserisce nella tradizione lombardo-piemontese dei Sacri Monti. La Via Crucis si dispone lungo un corridoio a gradoni che culmina alla sommità con la cappella che raffigura Cristo posto nel sepolcro. Sui lati, disposte in nicchie si trovano le 14 stazioni contenenti le 198 statue a grandezza naturale in legno e gesso dello scultore camuno Beniamino Simoni.

L’opera viene commissionata il 1 gennaio 1752 a Beniamino Simoni, da don Andrea Boldini, di Saviore, parroco di Cerveno. Il lavoro si protrae fino al 1764. Il completamento dell’opera viene affidato a Donato e Grazioso Fantoni, i quali ultimano le stazioni VIII, IX e
forse X.

Gli affreschi alle pareti sono dello Scotti e dei fratelli Corbellini. L’entrata abituale al Santuario avviene attraverso la porta principale della chiesa parrocchiale, che si apre di fronte alla prima cappella; la altre stazioni seguono sul muro settentrionale in discesa e poi risalgono sul lato opposto fino alla grande cappella della Deposizione, situata sul fondo dell’edificio stesso. La quattordicesima stazione finì in una cappella privata di Breno e si trova oggi in Duomo, quella che occupa il suo posto nel santuario fu realizzata nel 1869 dal milanese Selleroni.

“Poi, all’improvviso, al termine di un lungo sentiero pietroso, arrivammo a un imponente portale. La chiesa di cui faceva parte sorgeva su un’alta sporgenza della collina, e la porta conduceva a una scalinata dal soffitto a volta composta di una fuga di bassi scalini interrotti da piattaforme o pianerottoli. Salendo, scoprimmo che ogni pianerottolo si apriva sulla penombra di una cappella munita di cancellate e, attraverso queste, potemmo distinguere gruppi di sculture raffiguranti scene della Passione.
La scalinata era appunto una Via Crucis come quella, più celebre, di Varallo, ma vi era una certa originalità nella disposizione ordinata delle cappelle su entrambi i lati della lunga scalinata; infatti, secondo la tradizione di tutti gli altri monti sacri dell’Italia settentrionale, le cappelle avrebbero dovuto essere disseminate su un solo fianco della collina..
A Cerveno, come a Varallo, i gruppi sono caratterizzati da una vivacità e un’espressività insolite. I tratti principali della composizione sono convenzionali, e le figure principali – Cristo e gli Apostoli, la Vergine e altri personaggi sacri – sono modellati secondo la tradizione, ma le figure minori, evidentemente prese dalla vita reale, sono rese con genuino realismo e straordinaria veridicità espressiva e gestuale.
Il dilettante certo sperimenterà quell’intensificarsi delle emozioni che sempre accompagna ogni “scoperta” artistica inattesa ma, mettendo da parte ogni impressione soggettiva, la Via Crucis di Cerveno resta nella mia memoria come uno dei migliori esempi del suo genere – fatta eccezione per le meravigliose terrecotte di San Vivaldo in Toscana…”

Edith Warthon
(da Italian Backgrounds – 1905)

“L’urto e la concretezza di queste scene non trovano paragoni, a quei tempi, non che dentro la val camuna, neppure nelle valli contigue o vicine; e soprattutto rivelano d’essere affondate dentro il serbatoio reale, dentro il gran pozzo o cisterna, della più strenua e drammatica cultura bresciana: operazione che, salvo il caso ormai ben noto del Ceruti, non s’usava più fare; tanto da parere, almeno coi toni proditori e violenti con cui l’andava eseguendo il Simoni, chiusa per sempre; forse da quel medesimo coperchio di gran protezione chiesastica e chiesastica bara; o sepolcro.
In tal sprofondamento il primo rapporto a mostrarsi è, naturalmente, quello col Romanino: il grande e lunatico ribelle che proprio tra Pisogne, Bienno e Breno aveva lasciato le sue opere più fuori norma; o, per meglio dire, più antinorma: il che, ai suoi tempi, significava soprattutto antirinascimentali. . Ma si trattava di polemica o non, invece, di qualcosa di ben più ineluttabile e diretto?

A me par di sì. Il Simoni, in effetti, non polemizza; si pianta lì, nel bel mezzo del secolo, con le sue zampe da toro testardo e senza requie; si pianta lì e vive; vive e soffre fino all’ultima stilla di sudore e di sangue le presenti e passate sofferenze, ingiustizie, violenze, servitù, turpitudini, fami e vergogne del suo povero, disperato popolo, vive, soffre e constata; e constatando pietoso della sola pietà possibile a quei tempi (che era l’indignazione), una scultura gli cresce nelle mani, potente, tragica, nuovissima (quasi venisse trovata o inventata lì, ecco, proprio lì, a Cerveno, per la prima volta da che l’uomo era uomo) e un’altra gli si svuota tra le dita, s’accascia sulla sua stessa spoglia e cade in nulla come un sacco vuoto.
Tutto questo, si badi, usando per l’una e per l’altra, gli stessi, ugualissimi mezzi; lo stesso, ugualissimo stile. In questo senso l’operazione del Simoni va oltre quella del Ceruti che, pure, si trovava sulle punte più avanzate dell’arte del tempo; va ben oltre, intendo, la nota incapacità o non volontà cerutiana d’adire ai temi religiosi (accostando i quali, il Pitocchetto sembrò mutar stile, oltre che strumenti, anima e colori); e si colloca, a mio parere, come il fatto più tragicamente oltranzista che la nostra cultura figurativa (per non dire la nostra cultura in toto), entro l’intero Settecento, abbia saputo offrirci”.

Giovanni Testori
(da Beniamino Simoni a Cerveno – 1976)

Periodo di apertura: tutto l’anno

Orari apertura: dalle 8 alle 12 e dalle 14.30 alle 17