Rileggendo e incrociando i dati delle nostre ricerche, pare che la diffusione dei mulini sia uno degli aspetti che differenzia le nostre comunità. Le cifre sono diverse, molto se pensiamo alla quantità della clientela e del prodotto della molitura. Numeri che parlano forse di scelte strategiche e sicuramente di disponibilità minore o maggiore di forza motrice.
La prima spinta per far nascere un mulino è infatti, ovviamente, la presenza di un corso d’acqua, o almeno così era prima dell’applicazione della corrente elettrica. E già in questo i dati parlano chiaro: Ono San Pietro non aveva corsi d’acqua interni mentre Malegno con il torrente Lanico (e i canali da esso derivati), Losine con il Póia e Cerveno con il torrente Ré avevano (e hanno, fortunatamente!) la forza idrica necessaria a muovere macchine.
Non dovremmo infatti fermarci all’idea delle musealizzazioni e pensare che forse, fino al ‘900 inoltrato, almeno tre dei nostri comuni fossero rigogliosi paesi di mulini. Lo stimolo per tornare a questa pratica, che sembra così antica, ma è davvero dietro l’angolo, ci può venire dalla storia.
Pare fossimo estremamente vocati a questa attività economica: prendendo come riferimento la fine del XIX, nel 1870 a Malegno c’erano ben sette mulini, Losine ne aveva tre sulla valle al centro del paese e un altro sull’Oglio (ci è giunta voce, da verificare, di un altro, qui non indicato, posto a monte della località Tezze), Cerveno cinque, mentre Ono San Pietro ne era sprovvisto (B. RIZZI, Illustrazione della Valle Camonica, Treviglio, 1870). Non pochi per dei borghi allora poco estesi nella parte antropizzata.
Come forza idrica, Cerveno ha avuto in dono – o forse, va detto, si tratta di una scelta estremamente lungimirante dei nostri avi, che si sono stabiliti non a caso proprio qui – un torrente anomalo, con portata relativamente costante, non tipica del regime torrentizio (che normalmente ha una portata che cresce e cala durante le stagioni). L’invaso Ré non segue questa dinamica: la conformazione geomorfologica sopra l’abitato è quella di un piccolo bacino idrografico, che non potrebbe garantire la portata costante se non grazie a una scaturigine affiorante a quota 900 m slm (Informazioni fornite dal Vicesindaco di Cerveno, dott. Giancarlo Bazzoni).
Questa tipologia, quindi, lo rende una forza motrice costante, permettendo così ai mulini di non seguire un andamento stagionale o altalenante durante l’anno.
Anche dove l’acqua non era così abbondante la presenza delle ruote idrauliche è stata fondamentale: il Póia di Losine non aveva e non ha uguale portata ma, stando alla testimonianza di Antonio Pessognelli, la cui famiglia è stata fra le ultime ad aver gestito un mulino a Losine, i mulini che alimentava erano tre.
Diverso il discorso per Malegno, supportato dal torrente Lanico che, per dimensioni e portata, supera certamente gli altri citati. Addirittura la comunità aveva approntato, nei secoli, un sistema di canalizzazione derivato, l’Aivàl, rimasto in uso fino al 1992 al servizio di segherie, fucine e, appunto, mulini.
Manca Ono San Pietro, che, dicevamo, semplicemente non ha corsi d’acqua interni. Pare che il nucleo più antico dell’abitato, intorno alla zona della Chiesa dei SS. Pietro e Paolo, fosse servito dall’ormai sotterraneo ruscello Ré, che era la fonte di energia di un mulino, esistente nel XVI-XVII secolo, del quale non rimane traccia (O. FRANZONI, Civiltà d’acqua in Valle Camonica, Breno, 2001, p. 211). Gli abitanti degli ultimi due secoli, periodo al quale si riferisce il nostro lavoro, erano costretti a recarsi nei paesi vicini (dalle testimonianze, la maggior parte dei coltivatori si recava a Cemmo) per macinare le granaglie. È effettivamente testimoniato che, negli altri tre comuni, la clientela dei mugnai non si limitasse ai concittadini ma, anzi, coinvolgesse anche i comuni limitrofi: a Malegno si macinavano cereali provenienti da Breno, Cividate Camuno, Borno, a Losine altri da Breno e Braone, mentre Cerveno probabilmente raccoglieva i grani di Ono San Pietro e altri.
In parallelo alle attività agricole, le macchine si specializzavano nella macinazione di alcune tipologie di cereali. Forse addirittura, in alcuni casi, ogni mulino si dedicava a un singolo prodotto.
Anche a questo fattore, certamente importante, pare fosse dovuta la “scelta” del mulino da utilizzare, il che non provocava una forte concorrenza tra i diversi proprietari ma, al contrario, una serena convivenza che garantiva lavoro a tutti. La scelta del mulino seguiva, in generale, motivazioni disparate e non regolari: taluni sceglievano il più vicino, altri quello di familiari o amici, altri in effetti si basavano semplicemente sulla tipologia di cereale da macinare, chiara indicazione delle “specializzazioni” dei diversi mulini.

Analizzando ogni singola comunità, sappiamo quindi che Malegno era ricchissima di strutture, ben sette, alcune evidenziate nelle mappe catastali di diverse epoche: nel 1844 si nota la presenza di un mulino a nord del ponte di San Marco (M. GUERINI, Malegno al tempo dei canali, Malegno, 2007, pp. 54, 60), nel 1920 uno è collocato nel canale di scolo del grand ajval, adiacente al corso del fiume Oglio.
Ad avvalorare questa informazione interviene una testimonianza, nella quale si parla di un mulino situato in via Lanico nel XIX secolo (dove attualmente è il condominio della banca), di Saverio Guarinoni detto il Bala. Egli, dopo la chiusura del mulino, ha cambiato vita diventando corriere, ma il legame con l’antico lavoro è rimasto: il figlio infatti ha aperto un forno commerciale in centro storico, lavorando dal 1896 fino al 1914.
In via Sant’Antonio, invece, c’erano due mulini, uno per il frumento e l’altro per il granoturco, di proprietà della famiglia Fói. Lo scütüm della famiglia è interessante: il patriarca dei Furloni, Antonio, fu soprannominato Tone del Fól per la presenza nella sua zona di un follo, un piccolo maglio che batteva i tessuti di lana, e così ancora oggi gli eredi sono detti i Fói (O. FRANZONI, Civiltà d’acqua in Valle Camonica, Breno, 2001, p. 187).
I due mulini, negli anni ‘30, sono stati affidati ai due fratelli Furloni Pierantonio e Giovanni. Il primo lo ha dato in gestione a Guarinoni detto Nino del Giuda che poi nel 1950, in seguito a una rottura, non ha più provveduto alla sua sistemazione. Il fratello Giovanni (defunto nel 1983), invece, ha continuato l’attività di famiglia, così come suo figlio Antonio, tanto che il mulino è rimasto in funzione fino al 1992, quando l’amministrazione comunale di Malegno ha deciso di chiudere il canale dell’Aivàl che azionava decenni prima alcune fucine e segherie ma, negli ultimi anni, veniva utilizzato solo per macinare.
Anche questo mulino però, è stato dato in gestione per un periodo alla signora Achilla Morandini e a suo marito Nino del Giuda perchè, durante la guerra, Giovanni Furloni doveva occuparsi della campagna, del bestiame e del lavoro di carrettiere, mentre la macinazione proseguiva notte e giorno. La famiglia Guarinoni, in questo caso, non pagava l’affitto ma doveva consegnare ai Fói metà del guadagno settimanale. Allora, inoltre, vi era un forte controllo sulla macinazione e, in caso la produzione fosse maggiore di quella pattuita, i mugnai dovevano consegnare all’ammasso il macinato in esubero.
La signora Achilla faceva la mugnaia mentre il marito lavorava alla Selva (Primo stabilimento camuno della attuale Riva Acciai) e, nel tempo libero, portava con il cavallo circa 5-6 quintali di farina in sacchi, detti màsne, ai vari proprietari in paese, occupandosi inoltre della manutenzione del mulino con la rabbigliatura, la “battitura” a scalpello della macina effettuata allo scopo di ravvivarne solchi e scabrosità. I cereali macinati dopo la pulizia delle macine potevano accusare anche un calo di quindici chili al quintale. La bibliografia riporta anche dati quantitativi e tecnici interessanti: per ogni quintale di farina macinata il mugnaio ne tratteneva due chili, corrispondenti alla cosiddetta molènda, il calo ponderale di farina che si perdeva nelle macine. Per macinare un quintale di cereale servivano tre o quattro ore, ancor più se si macinava il frumento, perché i chicchi erano più duri.
Dal 1974 Furloni Giovanni ha ripreso l’attività di mugnaio. Il figlio Antonio ricorda che, ancora negli anni ’80, potevano arrivare al mulino per la macinazione anche trenta persone al giorno, con costi per un quintale di grano attestati intorno a 1000 lire. Per fare un parallelo, nel 1945 la visita del medico a domicilio costava 100 lire, mentre Giovanni nel suo lavoro di carrettiere guadagnava 1500 lire per portare la legna da Campolaro (M. GUERINI, Malegno al tempo dei canali, Malegno, 2007, p. 30).
Nel mulino si macinavano frumento, orzo, granoturco, grano saraceno, castagne (provenienti da Cimbergo) e mais nero, coltivato all’Annunciata, di minor resa e con una granella troppo dura. I clienti erano perlopiù privati ma anche dei commercianti che poi rivendevano le farine. Una testimone ricorda che il mugnaio veniva a ritirare il cereale con un asino oppure con un mulo e prendeva il sacco del grano e un sacco vuoto, una specie di federa molto spessa. Nel sacco dove c’era il grano, dopo la molitura, si metteva la crusca, mentre nell’altro andava la farina. Del mulino rimangono ad oggi poche tracce, poiché è stata smantellata una macina di pietra e manca la parte in legno. La macina si trova ora in località Manède (Informazioni fornite dal Vicesindaco di Cerveno, dott. Giancarlo Bazzoni).

Anche la vita dei cinque mulini cervenesi si è ampiamente differenziata nel tempo.
Partendo dalla sommità del paese, tra XIX e XX secolo, si incontrava innanzitutto il Mulino Mondoni (Mulinér), che fino alla primavera del 1954 (data della cessazione 01/03, data della comunicazione 10/04) macinava granoturco e frumento, forse con due diverse macine. Le componenti della macchina, sebbene non totalmente assemblate, sono ancora ben visibili all’interno dell’abitazione privata. Non rimangono invece tracce esterne delle parti lignee. Il mugnaio godeva di grande stima da parte di alcuni abitanti, che ancora ricordano il suo coraggio e la sua generosità nel macinare la notte, nei periodi dell’”ammasso” anteguerra, qualche sacco di mais dei vicini, in modo da oscurarne la presenza (e, quindi, la requisizione) alle autorità fasciste.
Più in basso, in Piazza Prudenzini, troviamo ancor oggi il Mulì de Mès (Mulino di Mezzo) o Mulino dei Catù, l’ultimo a resistere stoicamente ai cambiamenti storici avvenuti nel ‘900. Di dimensioni ridotte, venne condotto fino agli anni ’70 dalla famiglia Elmetti. Conserva gli apparati esterno e interno, pregevolmente restaurati, nonché alcuni attrezzi utilizzati per la manutenzione.
Scendendo sotto la Piazza, tra Via Staccone e Via Re, accanto al piccolo ponte che collega le due vie, troviamo un’abitazione ora abbandonata, che ospitava un mulino (condotto dalla famiglia Ravazzoli Pulènte) e una fucina. Le testimonianze parlano della probabile presenza interna di parte dei macchinari e, a un occhio attento, non può sfuggire la presenza di una macina nel rifacimento del muro esterno. La testimone abitante nella casa accanto, classe 1938, non ricorda di averlo mai usato, ma pare strano non esistesse già più negli anni ’40, altri ne indicano l’abbandono intorno al 1950. Forse, semplicemente, la sua famiglia ne utilizzava un altro.
Proseguendo verso il basso per pochissimi metri, lungo via Re, i racconti parlano di un mulino già dismesso negli anni ’40 (il primo a sparire) e utilizzato come magazzino, anche se all’interno vi erano le macchine. L’abitazione originaria non esiste più, ed è quindi difficile ricostruirne la struttura, anche se si legge parte della canalizzazione nel torrente. Una testimone ha però restituito il racconto scritto, accompagnato da una fotografia, della struttura dopo l’abbandono e prima della ristrutturazione. Siamo negli anni 1973/1974, l’immagine ritrae tre bambini su un ponticello e, alle loro spalle, l’ex mulino. Questo il testo della testimonianza:
“Ponticello in legno sul torrente Re (Cerveno) che dava l’accesso al Mulino ad acqua di via Re, n. 3, per la macinazione di cereali – ORZO in particolare.
Era una struttura a due piani che consentiva anche di abitarvi. Al piano terra si trovava un ampio locale a volta, utilizzato per l’attività lavorativa e un modesto cantinino: perfetto nella struttura. Al primo piano, un’ampia cucina e, su piani non allineati, almeno due camerette e il sottotetto.
Acquistato, già in disuso, da mio padre (B.B.) negli anni’30/’40 del secolo scorso, venne utilizzato prevalentemente come deposito di impalcature e materiali edili.
Negli anni ’40 fu abitato, per qualche tempo, dal “famiglio”(era solitamente un giovane che affiancava un allevatore nella conduzione degli animali, un “tuttofare”) detto “Mischèrpa” (lett. “Ricotta”), che aiutava i miei genitori nei lavori agricoli e nell’allevamento del bestiame.
Passato ad altra proprietà, nei primi anni ’80, venne demolito e trasformato totalmente a residenza di civile abitazione.”
Poche decine di metri più in basso, infine, vi era l’ultimo mulino, del quale rimangono i sostegni e le macine in un prato sottostante. Era quello dei Bazzoni Paspardì, fu il secondo a essere abbandonato e, secondo alcuni (altri sostengono fosse quello precedente, un’altra testimonianza ne attribuisce la particolarità al mulino Ravazzoli), pare fosse dedicato alla macinazione dell’orzo, con una macina più leggera.

Il racconto di Losine è affidato alla memoria del figlio di una mugnaia, Antonio Pessognelli, il cui scütüm Mauli, a suo dire, deriva proprio da “mulino”.
Ricorda la presenza di almeno tre strutture poste lungo il corso del torrente, in centro al paese.
Di queste, l’ultima a chiudere è stata, dopo un paio di passaggi di proprietà, quella appartenuta alla sua famiglia, che l’aveva venduta nel 1962 o 1963 dopo averla trasformata in una macchina a energia elettrica. È innegabile, ma forse poco considerata, la comodità di questo cambio: il testimone ricorda l’infanzia al mulino e la necessità di rompere il ghiaccio durante i mesi invernali per permettere al mulino di funzionare.
Il mulino era condotto dalle donne di famiglia: la madre, classe 1914, e la nonna paterna. Il padre, infatti, era impegnato al fronte, ove poi fu fatto prigioniero. Come dice il testimone: “era la nonna la capofamiglia, faceva il lievito e lo teneva da conto”.
Il lavoro era impegnativo e prevedeva anche i trasporti, quindi Maulì con un carro trainato dall’asino doveva recarsi anche a Braone o Breno per il ritiro delle granaglie prima e la restituzione della farina di frumento o di granoturco poi. Il pagamento consisteva in una quantità di farina per ogni quintale macinato o in una somma di denaro. L’unico aiuto esterno era la visita bimestrale di un uomo di Malegno, incaricato della manutenzione, che veniva a smontare le macine per provvedere alla rabbigliatura. Un impegno troppo gravoso, che veniva svolto giorno e notte, per una donna ormai avviata alla terza età. Il mulino venne quindi venduto, ma i proprietari successivi lo condussero solo per un anno per poi rivenderlo ad altri che, pur tenendolo per un periodo più lungo, vedevano ormai questa attività ridotta notevolmente. Alcune parti dell’attuale mulino Museo (ex mulino Do), il testimone ricorda, vengono dall’allora mulino Pessognelli.
La famiglia, oltre a essere proprietaria di un mulino, aveva anche un forno, nel quale la nonna cuoceva il pane impastato con la propria farina. Una volta chiuso il mulino, automaticamente, venne abbandonato anche il forno, a favore dell’acquisto del pane presso la bottega della Piazza centrale.

In tutti i comuni pare quindi che non vi sia stato un abbandono contemporaneo dei mulini, ma un lento decadere prima dell’uno e poi dell’altro, a seguito delle trasformazioni lavorative e sociali susseguitesi nel Novecento, in particolare nel secondo dopoguerra.