Censimento forni da pane Comune di Cerveno


Testo e immagini di S. Bassi

Rispetto ad altre ricerche fatte in passato, il lavoro sulla memoria di coltivazioni, mulini e forni nel Comune di Cerveno è stato sorprendentemente più difficoltoso.
Con il senno di poi, a fine lavoro, i motivi si fanno più chiari e sono purtroppo legati a una distanza temporale che si è tradotta in una reale separazione degli stili di vita. Se, ad esempio, parlare di viticoltura tradizionale e attuale è comunque possibile grazie al perdurare della pratica, l’uso casalingo del forno ha subito a Cerveno un abbandono abbastanza repentino tra gli anni ’50 e gli anni ’60 del secolo scorso, portando a una frattura sia nel patrimonio immateriale che nella struttura stessa delle abitazioni.
Tutto questo, all’interno della ricerca, si traduce in una dicotomia curiosa: da una parte la raccolta delle memorie di anziani che non hanno più forni, perché hanno continuato a vivere in case antiche nelle quali però il pane non si faceva più (e, quindi, il forno stesso non serviva più); dall’altra giovani proprietari di seconde case che hanno a disposizione strutture nelle quali il forno è presente, ma senza ricordi da trasmettere.
Con un po’ di fatica e con tanta collaborazione da parte dei singoli abitanti, però, è stato possibile incrociare i dati materiali con i racconti e il risultato (che rende ancor più interessante la ricerca) ha portato ad abbandonare la teoria del “forno comunitario” per il pane nero di segale (diffuso invece in altri contesti geografici, a quote più elevate) per abbracciare il modello del “forno familiare” o, in taluni casi, “forno plurifamiliare” utilizzato principalmente per la cottura del pane bianco o nero (con farina integrale). I forni servivano la singola famiglia o, a volte, poche famiglie del vicinato. Le coltivazioni (parliamo degli ultimi due secoli) prevedevano un ampio spazio per il granoturco mentre erano poco diffusi cereali minori come il frumento (spesso la farina si comprava), la segale (coltivata come foraggio voluminoso e dalla maturazione precoce) e l’orzo.
Ogni incontro e ogni racconto hanno restituito la testimonianza dell’esistenza di altri tre, quattro forni nelle case accanto alla propria, in un allargarsi a macchia d’olio della presenza di queste strutture che ha sorpreso e piacevolmente destabilizzato. Partiti con l’idea di trovare memoria di una ventina di forni, arriviamo al traguardo (ma non siamo certi che lo sia) con ben 62 forni ricordati, dei quali 17 tuttora esistenti (purtroppo non sempre funzionanti).
Una fioritura che parla di un cauto benessere (non di ricchezza) della popolazione, che ha visto (fino almeno agli anni ’40) una risorsa familiare nel forno, necessario per la panificazione settimanale o quindicinale, i dolci, gli arrosti.
La Seconda Guerra Mondiale e l’avvento del primo forno commerciale in paese (la licenza per il forno Buzzi di Via Vento compare nell’Archivio Comunale nel 1950, ma l’esistenza dello stesso è precedente), insieme alla trasformazione del mondo del lavoro, che portava la famiglia a un allontanamento più frequente dall’abitazione, hanno indotto un rapido abbandono dei forni domestici.
Le ristrutturazioni degli anni ’60 hanno fatto il resto: nelle case ancora raramente si trovano forni, eliminati perché inutili e troppo ingombranti per essere conservati come semplice memoria. Siamo negli anni del boom economico: perché conservare un retaggio di un passato che parla di fatica?
La nostra grande fortuna, come sempre, rimane poter sentire le voci che ancora ricordano le mani delle proprie madri o nonne che impastano, che parlano delle “matóte” come regalo per i bimbi buoni, del calore del forno e del profumo del pane e delle spongàde; scoprire le astuzie delle donne, delle 32 pagnottine del forno dei Parulót, del mugnaio “in alto” che macinava la notte e del nascondino nel forno dei Paspardì.
Non sono i forni, il cuore delle case, ma queste voci.
Questi racconti intorno ai forni, che ci mostrano un cuore allargato, un espandersi verso l’esterno – insieme al calore e al profumo – delle abilità e delle attività di tante famiglie, che vogliamo raccogliere e portare nel futuro con noi.